Corte di Cassazione, con l’ordinanza n.18637 del 9 giugno 2022: “la rettifica, in sede giudiziale, della rendita catastale ha effetto retroattivo.”

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n.18637 del 9 giugno 2022, ha stabilito che la rettifica, in sede giudiziale, della rendita catastale ha effetto retroattivo. Pertanto il contribuente ha diritto al rimborso dell’imposta comunale pagata, in misura superiore al dovuto, durante lo svolgimento del processo.

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Per la Suprema Corte la sentenza passata in giudicato, che determina la misura della rendita catastale, rappresenta l’unico dato da tenere in considerazione ai fini dell’individuazione della base imponibile.
Invero la sentenza non può che avere efficacia anche per il passato a tutela del contribuente.
Ne discende che, ove sia stata pagata, ai fini IMU, una somma superiore a quella determinata con la rendita rettificata, si ha diritto al rimborso.
Il rimborso, tra l’altro, non è limitato ai 5 anni precedenti, come avviene normalmente, ma si estende a tutte le annualità per le quali è maturato il relativo diritto.

Avv. Salvatore Torchia

Scarica Ordinanza in formato pdf: Cass. Civ. Ordinanza n. 18637 del 2022

IL COLOSSO DI RODI E IL CARRO ALLEGORICO DEI CENTRISTI

Luigi RapisardaL’iniziativa di Mastella che vuole riunire sotto uno stesso tetto tanti generali senza truppe e senza popolo la lasciamo alle fantasie dei più arguti romanzieri.
Mentre stupisce che il Corriere, da un po’ di tempo, dia spazio a singolari vagheggiamenti senza una palese agibilità politica.
Un ennesimo abbaglio estivo?
Se fosse, per assurdo, una ipotesi praticabile e decidessimo di entrare in questo frullatore, seppelliremo definitivamente il partito.
Questa, non solo a mio parere, è, con l’ultima prodezza trasformista di Di Maio che si è palesemente beffato del suo recente passato, quindi di se stesso, e dei suoi elettori, un’operazione di supponenza del potere, che non trova di certo estraneo Draghi, teso a rifarsi dalla bocciatura del suo irrefrenabile desiderio di andare al Quirinale, e si tramuterà in un flop inaudito, per lui e per tutti i carri del firmamento centrista, perché appare già al suo affacciarsi una costruzione su piedi di argilla che li farà sgretolare come il Colosso di Rodi, con il rischio di trovarsi nel Pantheon dei tanti, da Monti a Renzi e altri, passati improvvisamente dalle stelle alla polvere.
Scrive stamane, in un suo articolo su Il Domani d’Italia, Lucio D’Ubaldo:”..Dietro la politica di centro della Dc c’era una cultura di governo e un criterio direttivo, operava dunque una visione strategica, tanto da far dire a De Gasperi che il suo era un partito di centro in cammino verso sinistra”.
Ed ancora:
“Stare al centro voleva dire proporre una “terza via” tra collettivismo e capitalismo, dando alla lotta contro il comunismo una curvatura fortemente democratica e alla pregiudiziale antifascista un carattere fondativo dell’identità di partito. Non solo Moro ma lo stesso Fanfani, magari con un taglio volontaristico eccessivo, propugnava la funzione di un centro dinamico, capace di rispondere alla domanda di giustizia che nasce e s’impone con l’evoluzione economica e civile della società. Tant’è vero che la storia più interessante e dunque più vera della Dc sta nella ricerca e costruzione di un progresso a dimensione umana, dove l’interclassismo costituiva la formula aideologica dell’alleanza tra ceti medi e classi popolari.”.
Oggi un’avventura centrista, come delineata dai tanti leader che stanno affollando quel punto spaziale dell’emiciclo parlamentare, riduce o annienta le potenzialità di ciascuna forza, con l’unico risultato di costruire un contenitore sterile, rissoso e dai mille volti, come fosse un caleidoscopio di maschere pirandelliane, e “brucerebbe” la grande opportunità di potersi giovare ancora, magari in un ruolo di titolare di un dicastero economico, delle elevate competenze di chi oggi possiamo definire essere stato la guida più autorevole di questi trent’anni di vita politica
post-democristiana.
Penso che l’Italia abbia bisogno di imboccare, con la fine di questa tormentata legislatura, una strada diversa, ponendo fine a governi ibridi o tecnocratici.
Dobbiamo lavorare, assieme alle tante forze politiche che ne condividono l’idea, per una prospettiva di governo politico, chiudendo definitivamente il commissariamento di questa classe politica così inadeguata e incapace di assicurare al paese la diretta responsabilità nelle scelte, che sono e restano precipue della politica, non essendo più dignitosi continuare a paludare, dietro personalità, autorevoli, ma che hanno una visione tecnocratica e neutra degli effetti che le scelte dell’esecutivo determinano nei diversi strati sociali del paese, oggi sempre più minacciato da un crescendo delle sofferenze sociali che l’accelerato depauperamento di buona parte della classe media, in aggiunta a quello ormai consolidato della classe operaia, sta portando a livelli preoccupanti.
Per quanto ci riguarda dobbiamo accentuare le nostre iniziative mirando ad alcuni punti chiave del nostro programma politico che deve essere definito con molta oculatezza, tenuto conto che si sta profilando un dramma sociale per tante famiglie impoverite dall’aumento dei prezzi soprattutto delle energie e da una forte, soprattutto per i giovani, sempre più accentuata precarizzazione del lavoro.
Ma non possiamo dimenticare il fatto che c’è in atto un crescendo di patologie, soprattutto tra gli anziani, le cui cure essenziali in tantissimi casi sono state rinviate o non seguite nella giusta misura nei periodici protocolli, causa l’appesantimento delle procedure di accesso ai servizi ospedalieri ed ambulatoriali, per il Covid, con l’esposizione di tanti di questi pazienti ad aggravamenti e decessi che forse potevano essere evitati.
Poi c’è tutta la questione del ruolo dell’Italia, non solo in seno all’Europa, dove si assiste ad un appiattimento su posizioni scopertamente belliciste, ma anche per l’abbandono della sua naturale vocazione ad essere, nel quadrante mediterraneo, oggi teatro di ingerenze sempre più tentacolari di Russia, Turchia e Cina, un saldo punto di riferimento geopolitico,
Ma non pone da meno grandi interrogativi il riemergere prepotentemente nel mondo, con la recente Decisione della Corte suprema americana, dell’annoso conflitto sui cruciali temi della vita, della riconsiderazione dei confini della sua tutela e dei tanti artificiosi “diritti rifrangenti”.
Tutte questioni di cui ieri, nella relazione introduttiva, in seno all’Ufficio politico, pavida e senza anima, del segretario nazionale DC, non ho sentito accennare o delineare nella giusta valenza, a parte le solite frasi fatte che di prammatica si ripetono in queste sporadiche occasioni di confronto nazionale.
È mancata insomma una sapiente lettura della realtà sociale, economica e generale del paese, e una visione di insieme, prodromica alle tante iniziative che dobbiamo affrettarci a mettere in campo, per lavorare in aderenza alle necessità dei territori e del paese in generale, in mancanza di una chiave di lettura e di un nuovo conio propulsivo che potrebbe provenire dal Congresso, che invece inopinatamente si spinge sempre più in là, quando arriveremo oramai alla scadenza elettorale per il rinnovo del nuovo parlamento, a giochi fatti.
Non riesco a comprendere come questa segreteria nazionale non colga il fatto che è questo il momento per confrontarsi, e non a ridosso degli impegni elettorali.
È lo stato stesso del paese ad imporre a tutte le forze politiche un immediato cambio di passo.
Sicché continuare a rinviare, alle calende greche, il Congresso, ci costringe a fluttuare in un limbo senza via d’uscita.
Forse è l’effetto inebriante dell’epopea siciliana, che però sconta già un non ben valutato effetto “alone” indotto dai virulenti attacchi mediatici a Cuffaro e per conseguenza al partito.
Attacchi concentrati mediaticamente nella travisata ma efficace qualificazione di “partito di Cuffaro”, musica fine per quell’opinione pubblica cui le basta un tale battage per solleticarsi in modo ostile.
Mentre appaiono sempre più diradati i dubbi che questa campagna denigratoria stia colpendo nel segno, se risulta vero che, dopo un così impegnativo sforzo per conquistare rappresentanza in Comune, sembra farsi inopinatamente strada un’auto-condizionamento, a non entrare in giunta, per dimostrare che non si è mossi da alcuna brama di “potere”.
È un po’ come quelli che costruiscono una casa per poi non andarci ad abitare nessuno.
Posizione che, se fosse confermata, sarebbe sbagliatissima e assurda, per la semplice ragione che chi va a rappresentare una parte del territorio ha tutto il diritto-dovere, avendo contribuito ad esprimerne il Sindaco, di esplicitare nei fatti e di partecipare, all’amministrazione della cosa pubblica.
Se c’è da dimostrare il senso del cambiamento, è questo uno dei mezzi che l’impegno politico offre, anzi è un dovere.
Diversamente si darebbe l’impressione di fuggire dalle responsabilità che quelle promesse di trasparenza, di imparzialità e di sana capacità di gestione degli interessi collettivi di questa nuova classe politica democristiana, impongono, e finirebbe per tradursi in un mero atto di inconcludente testimonianza.
Se la nostra azione si ispira all’idea sturziana della politica come “spirito di servizio”, questa scelta non sarebbe mai stata approvata dal grande maestro, fondatore della DC.
A ciò si aggiunga la specificità di una visione di territorio e di comunità cittadina che si farebbe mancare, nel segno di tutte quelle istanze sociali e strutturali che caratterizzano quel martoriato territorio.
Ne discende per il partito, subito, la necessità ineludibile di definire una precisa strategia politica di breve e lungo periodo, che si fondi su una visione di società, di politica estera, (oggi tanto cruciale per la necessità di definire un nuovo assetto geopolitico che ponga fine alle guerre e consenta una pacifica convivenza tra i popoli),di efficaci teorie politico-sociali ed economiche capaci di scuotere le coscienze dell’opinione pubblica:di quella buona metà dell’elettorato che continua a stare alla finestra, ma anche di quelli che votano, turandosi il naso.
Ma dovrà essere anche il limite di quelle alleanze nelle coalizioni che non dovremo mai rinunciare a porre da catalizzatore per obiettivi comuni, in un quadro di politiche che si incarichino di bandire ogni sorta di propaganda populista e di malinteso sovranismo, o ancor peggio nazionalismo, capace di minare alle basi i principi di pacifica convivenza tra i popoli.
Serve pertanto senza indugio un Consiglio nazionale che deliberi prima possibile la convocazione del Congresso nazionale.
In questo quadro, senza questi ingredienti, saremo destinati a non esistere.
26.06.2022
Luigi Rapisarda

TRA VISIONARI,TRASFORMISTI E USURPATORI: GLI ABBAGLI ESTIVI DEL CORRIERE DELLA SERA

Luigi RapisardaSul Corriere della Sera del 19 giugno scorso vi è una intervista all’on.le Carelli, attualmente nelle file di Coraggio Italia, già ex Cinque Stelle.
Egli è un signore, dal pensiero mite, che si è infilato nell’avventuroso mondo dei 5 stelle per trasformarsi da “uomo in panciotto” in “ardito barricadiero”, per la guerra senza sconti alla casta ed ai suoi privilegi.
Non deve essere stata facile la convivenza in questa variopinta comunità di giacobini ed hebertisti della prima ora.
E difatti non c’è voluto molto tempo perché ne emergessero tutte le incompatibilità con uno stile personale di tutt’altra fattura.
Certe esperienze però segnano, portando con sé tutta la dimensione dei nostri tormenti, del nostro voler essere protagonisti non passivi, ma costruttori del nostro futuro.
In questi casi, solo l’indulgente comprensione di chi ha dimestichezza di vita politica può cogliere i segni tangibili di scelte sbagliate, con intenzioni non opportunistiche.
Tuttavia sono modi erranti del pensiero che portano a scelte che se si interpongono,incomprensibilmente, in un percorso di coerenza personale, finiscono per non fare apparire, oggettivamente, rassicurante, oltreché stupefacente l’idea di certe disinvolte ricerche della scorciatoia, a qualsiasi costo, pur nella ingenua consapevolezza di non pregiudicare la propria identità culturale, magari costruita attorno a valori che contraddistinguono visioni politiche e di paese sussumibili in una collocazione centrista, neo-democristiana, di cui Carelli se ne incarica,inopinatamente, di farsi portavoce.
E invece queste giravolte, o se si vuole,queste torsioni lasciano tracce che non si rimuovono facilmente e gettano una luce sinistra sulla affidabilità politica di chi se ne è reso protagonista.
Ancor più incomprensibile, che Egli indichi un altro dei campioni del trasformismo come possibile federatore della DC.
In tal senso è sembrato acconciarsi nel rispondere alla domanda:
” State candidando Di Maio a leader di una nuova DC ?
Risposta : E perché no? Parliamone” .
Una intervista surreale che rivela, ancora una volta, che il Corriere ha perso il fiuto del giornale di un tempo.
Se va appresso a bizzarrie di questo genere, accreditandole come degne di interesse e sviluppi positivi per l’Italia, vuol dire che è proprio alla frutta.
E qualcuno si chiede nel partito:è il caso di parlarne?
Direi di sì!
Non solo per farsi quattro risate.
Ancor più per smascherare gli obiettivi di certa stampa che magari non disdegna di mettere ancora una volta in cattiva luce la riedizione della DC, ignorando l’avviato sforzo organizzativo e il ritorno in campo con lusinghieri risultati.
Stupisce che un giornale di tal rango dia spazio a fantasticherie così campate in aria.
Immaginare una DC,che vuole recuperare gli assi portanti del pensiero di don Luigi Sturzo, De Gasperi e Moro, alla febbrile ricerca di una classe dirigente, fatta di transfughi e populisti pentiti, così poco adatta a governare processi decisionali, non solo complessi, e grandemente inclini al trasformismo, rende l’idea di un giornale che ha perso l’aderenza con le profondità dei processi socio-politici in corso, con danno immane per la credibilità di quella parte di paese che si sta organizzando dando voce, in modo innovativo, a realtà politiche già sperimentate, come appunto la DC, che si è rimessa in campo con straordinari risultati, in questa recente tornata, a Palermo ed in altri Comuni della Sicilia.
I cambi di linea, l’improntitudine al facile ribaltamento di regole e impegni, oltre ad un qualunquismo identitario, con l’unico obiettivo di non mollare il potere, inteso non solo come posto di comando, ma come godimento di privilegi che si volevano ferocemente cancellare( emblematica tutta la questione sulla interruzione anticipata della legislatura con perdita del diritto al vitalizio questione, che però non è stata una peculiarità dei soli 5stelle)tanto da non avere remore di sorta nell’imbarcarsi in governi di segno opposto, con forze politiche che bollavano come incompatibili,ci stanno ora consegnando un numero sempre crescente di ex 5 stelle, che raminghi, vagano in cerca di nuove identità.
Non ci vuol tanto per cogliere tutti i segni malsani di un sistema politico decadente e senza vie d’uscita.
Tra le tante ci basti cogliere le imprese più eclatanti di chi ne è stato l’artefice principale, essendone il leader designato, ossia, Luigi Di Maio e lo facciamo con le parole di G. Merlo da Il domani d’Italia del 19 giugno scorso:
“..adesso è diventato quasi come noi. Cioè un convinto e quasi feroce sostenitore del Centro e del centrismo. E, di conseguenza, respinge in modo secco “il partito dell’odio”, gli insulti agli avversari, la trivialità del linguaggio, “il disallineamento” rispetto alle alleanze tradizionali dell’Italia sul piano geopolitico; crede nella stabilità del governo; esalta Draghi; valorizza il ruolo dei partiti e delle culture politiche e mi fermo qui per motivi di spazio… Resta solo un piccolo, piccolissimo particolare. Tutte le cose che ha detto per quasi 20 anni su questi temi – ovviamente e scientificamente erano l’esatto opposto di ciò che sostiene in queste ultime settimane – cosa ne facciamo? Li resettiamo dalla rete? Li cancelliamo come battute fuor di luogo? O, molto più semplicemente, diciamo che solo i cretini non cambiano mai idea? Ecco, nel rispetto di tutte le opinioni, siamo solo indecisi su come dobbiamo giudicare quel passato che è durato sino a poche settimane fa.”
Come possiamo poi non citare la brutta performance di questo campione del voltafaccia, impudente, con il dileggio subito dall’Italia per il “piano di pace” in Ucraina, elaborato proprio dal nostro Ministro degli Esteri, bollato non solo da parte dell’establishment russo come documento di emeriti dilettanti, ma respinto al mittente anche dalla stessa dirigenza Ucraina.
Insomma pensare che per ripresentarci al paese abbiamo bisogno di transfughi e Masanielli pentiti, è davvero un’idea da “paese delle banane”.
Non ci dimentichiamo altri eclatanti camei del nostro “autorevole” esponente dei 5 stelle: tra essi spiccano, per avvedutezza politica, l’iniziativa, con ragioni del tutto strampalate, dell’impeachment di Mattarella e il sostegno dato personalmente, con tanto di visita di cortesia, ai gilet gialli, emblema dell’antisistema in Francia, mentre ora si fa paladino del Draghismo più ortodosso.
Insomma l’ennesima contorsione per come farsi beffa di quella regola del doppio mandato con cui Di Maio e il suo movimento hanno carpito il voto di tanta gente.
Così c’è da restare senza parole davanti alla spregiudicatezza, senza freni, di questa schiera di rappresentanti, che dopo aver conosciuto delizie e privilegi della casta, che volevano annientare, non vogliono più schiodare da quella “scatoletta di tonno” che a furor di popolo volevano aprire.
Così dicevano..!
Che ora si accapiglino tra mille espedienti per vanificare quella regola, che è stata uno dei cavalli di battaglia per attaccare il sistema politico, istituzionale e la democrazia rappresentativa, con lo slogan “uno vale uno”, ci rende ampiamente l’idea di quanto fossero artificiose ed ingannevoli le loro promesse.
E tutti i nodi sono venuti al pettine.
Mentre c’è ormai la certezza, ampiamente preconizzata dalla totale défaillance alle recenti amministrative, che si stia chiudendo l’epoca del funambolismo politico per tanti di questi improvvisati “rivoluzionari”, resteranno ancora chissà per quanto tempo i cascami di un’era tanto plumbea per il paese, per l’irradiarsi di un sistema che elevando a modello l’incoerenza, l’insincerità e l’improvvisazione, si è posto davanti agli elettori, come in un gioco di specchi.
Per fortuna tanti italiani, in questa tornata amministrativa nella quale il movimento 5 stelle sembra quasi scomparso dai territori della nostra penisola, non si sono fatti prendere per i fondelli.
Se ci consola il fatto di pronostici che danno per certo il ritorno in parlamento di una sparuta minoranza di questi improvvisati giacobini, con la sempre più concreta prospettiva, per molti di loro, di tornare definitivamente a casa e forse doversi inventare un lavoro; non sarà facile fronteggiare l’eredità amara di un parlamento mutilato, e per questo non più inadeguato a rappresentare nella giusta proporzione e misura i territori, con tutto lo squilibrio del sistema che esso comporta per il nostro assetto costituzionale.
A questo punto non sembra ultroneo che Draghi, preso atto della corale sfiducia a Di Maio da parte del Consiglio Nazionale, per il totale disallineamento dalle posizioni del movimento 5 stelle sull’invio di armi all’Ucraina, non essendo più di fatto espressione di alcuna forza politica, ma solo di se stesso, provveda a sostituirlo con un nuovo Ministro degli Esteri.
20.06.2022
Luigi Rapisarda

I CORIFEI DEL NUOVO CENTRO: TRA APORIE, VISIONI ERRANTI E STRATEGIE IMPERVIE

Luigi RapisardaC’è da mesi un continuo refrain che sta impegnando due esimi esponenti di quella che fu la
corrente di Donat Cattin: Giorgio Merlo e Ettore Bonalberti.
 Una corrente che fu di altissimo spessore intellettuale e politico: un autentico laboratorio delle idee
che impregnarono, negli anni ‘60 e ‘70 del secolo scorso, le politiche sociali e del lavoro di quella
che fu la stagione degli esecutivi di centro-sinistra durante la lunga era democristiana.
 Il loro teorema volto ad accentuare il mai sopito progetto di ricomposizione della diaspora
democristiana, si pone nell’ottica di un unico obiettivo, ossia. formare una nuova entità politica di
centro capace di bilanciare l’attuale polarizzazione del sistema politico attuale imperniato attorno
alle due coalizioni di destra e di sinistra egemonizzate sempre più da metodi e contenuti che
oscillano tra populismo e demagogie.
 In un ennesimo articolo di Giorgio Merlo, attuale coordinatore della formazione politica “Noi di
centro” di Clemente Mastella, su il Domani d’Italia del 3 giugno scorso, leggiamo:
“Il cantiere del Centro è ormai decollato e ognuno piazza la sua tenda. Come da copione..
 Certo, non sarà una Dc bonsai o una banale replica delle esperienze politiche del passato. Ma è
indubbio che questo nuovo soggetto politico – che sarà una sorta di federazione e culturalmente
plurale – non potrà non assomigliare, nel metodo e nel comportamento concreto, a quello che è
stata per decenni la Democrazia Cristiana..”
Abbiamo letto bene?
Si! Egli propone una federazione che assomigli alla Dc, ma in una composizione eterogenea di
matrici culturali che abbiano in comune la vocazione riformista
Quindi come dire una sorta di nuova “Margherita”,cosa che del resto lo stesso Merlo, più di una
volta ha evocato.
Come a dire, far stare nello stesso organismo politico federato, Grassi, Tarolli, Zamagni, Infante,
Renzi, Cesa, Bonino, Calenda, Mastella, Rotondi, Lupi, Toti, Brugnaro, spezzoni di Forza Italia e
tanti altri cespugli, effetto della transumanza parlamentare di questa legislatura.
Insomma esponenti di matrice liberale,socialista,cattolico-democratici e radicali.
Tutti insieme!
E ci chiediamo, come?
Ci vuole davvero una fantasia alla Pirandello perché si possa pensare ad un organismo
politico in cui si possano intersecare virtuosamente ambizioni personali e modelli culturali
di leader politici, diversamente orientati, sui grandi temi della vita, del lavoro, dell’ambiente,
dell’assetto costituzionale, soprattutto con riferimento, in particolare alla centralità del Parlamento
(cardine della nostra forma di governo,già messo a dura prova dal frequente ricorso alle
decretazioni d’urgenza, facile gioco,che, anche attraverso lo strumento dei maxi emendamenti,
aggira facilmente il confronto parlamentare, con il ricorso al voto di fiducia), al solidarismo, che
richiede un forte ribilanciamento delle nostre politiche sociali, alla politica estera, che oggi sconta
una poca autorevolezza nei quadranti internazionali:basti vedere la figura che abbiamo fatto con il
piano di pace presentato dal nostro ministro degli esteri, non concordato con le altre cancellerie, e
neanche sembra all’interno dello stesso esecutivo, dileggiato dall'establishment russo e respinto

fermamente dalla stesso governo ucraino.
E se è condivisibile quanto Merlo afferma, ossia il “continuare a richiamarsi a quel patrimonio
culturale, valoriale, politico e programmatico che ci fa oggettivamente ricordare il ruolo, la mission
e la funzione che storicamente ha avuto la Dc” è il successivo passaggio:” senza replicare quella
esperienza politica ed organizzativa..” che non può essere condiviso perché esprimerebbe un
partito senza anima, rivolto al nuovo senza avere la spinta vitale che solo la continuità può
imprimergli nel confronto con altri modelli culturali, con il rischio concreto che il facile
gioco delle alleanze può far sbiadire, se non addirittura trasfigurare, quel patrimonio
iniziale,irrimediabilmente.
Ovviamente non si tratta di scimmiottare i partiti del passato, ma se si vuole seriamente
“recuperare quell’immenso patrimonio e le ragioni politiche e culturali in grado di ridare serietà,
autorevolezza e qualità alla politica contemporanea” come Egli afferma, allora non si può
prescindere da una ripartenza identitaria del partito e del suo riproporsi coraggiosamente con i
propri progetti e le proprie proposte nella dialettica politico-istituzionale.
Ed anche la sua visione di un “nuovo e futuro Centro” che Egli dice “non è più la Dc ma
assomiglierà alla Dc.” non ci trova d’accordo.
Una prospettiva assai riduttiva quella del frequente ricorso a queste categorie spaziali, sempre più
in voga, che però oggi non sono più in grado di renderci tutta quella realtà dialettica che si agita
dentro i partiti.
Racchiudere a mio avviso le potenzialità di prospettiva entro questi argini, diviene oggi
un’operazione ermeneutica del fare politica non esauriente allorquando, come nel nostro caso, ci si
richiama ai valori dell’Umanesimo solidale e della pace come punti fondanti di una nuova realtà
aggregativa nelle comunità e nei rapporti tra i popoli.
Segno evidente che ci vuole un nuovo sestante che orienti con nuove coordinate il sistema
politico.
 Insomma, davvero possiamo cogliere a iosa le tante contraddizioni di questa proposta.
 Dove si incrociano antinomie talmente evidenti che vien da chiedersi se l’autore sia davvero
convinto di quello che dice o se non sia un buttare un classico sasso nello stagno per sondare
ancora una volta umori e percezioni.
 Delineare un nuovo soggetto politico nella forma di una federazione culturalmente plurale significa
assicurargli vita breve e pregiudicare ogni possibile riproposizione di quella valorosa esperienza
democristiana.
 Questo modo di argomentare annaspa in un mare di aporie senza soluzione, non avendo trovato
fino ad oggi, se non una effimera e caduca rappresentazione, in tutte le provate sperimentazioni,
anche in altre aree politiche.
 A Merlo fa eco Ettore Bonalberti, vice segretario della DC, con un articolo del 4 giugno su Il
domani d’Italia:
“ Ha ragione Merlo, alla fine, sono molto poche le residue “casematte” della diaspora democratico
cristiana. A parte quella, come l’Udc, impegnata nella difesa della rendita di posizione di un
simbolo, lo scudo crociato, sin qui utilizzato solo per la sopravvivenza politica a destra dei soliti
noti, io credo che tutte le altre esperienze, come quella di Insieme di Infante-Tarolli, della Dc di

Grassi e Cuffaro, del Centro di Mastella e dello stesso Merlo, e con esse, anche l’esperienza
avviata da Rotondi dei Verdi Popolari, possono e debbono compiere il salto di qualità per la
ricomposizione politica dell’area. Se per motivi diversi non cogliessero tale necessità, mi auguro
che il processo avviato dalla base (bottom up) per la convocazione di un’assemblea costituente
per detta ricomposizione, potrebbe favorire il progetto.”.
Il ragionamento che ripete, ancora una volta, i contorni di un progetto che già in prima
applicazione, come “federazione dei democristiani e popolari” coordinata da G.Gargani, ha fatto
registrare una totale défaillance, si dipana insistentemente su una linea che riflette una visione
categoriale tardo-antica di schemi identitari di classi sociali, oggi non più applicabili.
 Qui, ancora una volta, ribadiamo che il problema non è la ricomposizione di una forza di centro.
 Ma la riproposizione di una entità politica, la DC, il cui cuore non ha mai smesso di pulsare, che,
riprendendo quei valori e quella prassi che Merlo ben descrive, consentirono un processo di
sviluppo che coinvolse tutti i ceti sociali.
 Quello sviluppo inizialmente armonico, governato successivamente da esecutivi, dai delicati
compromessi programmatici, finì per dare la stura ad assestamenti territoriali e stratificazioni
sociali assai diseguali con forti divari nella qualità della vita, da nord a sud.
Un quadro economico e sociale oggi totalmente destrutturato perchè messo ulteriormente in
ginocchio da una lunga crisi del decennio passato, da due anni di covid e, ora, dai riflessi assai
impattanti di una guerra che abbiamo alle porte dell’Europa,che richiede, come ultima spiaggia,
risposte plausibili,efficaci e tempestive, se non si vuole dare il colpo di grazia al sistema produttivo
del nostro paese, fortemente dipendente dal gas e petrolio estero, oltre che da gran parte di beni
semilavorati e di componentistica.
 Insomma non di una caratterizzazione di schemi spaziali abbiamo bisogno, ma di un calarsi in
modo aggiornato e aderente a questa realtà sociale ed economica.
E ben ammoniva Luigi Sturzo, in uno dei suoi lavori di ricerca sociologica, a non intraprendere
iniziative politiche o proporre soluzioni senza aver prima analizzato a fondo la società su cui
dobbiamo operare.
Oggi le tante risposte che appaiono plausibili nel modellare politiche pubbliche volte a riequilibrare
meccanismi di ridistribuzione della ricchezza per mitigare gli enormi divari tra i ceti sociali, in un
quadro di piu diffusa partecipazione al benessere comune, soverchiano e bypassano etichette
d’altri tempi.
Come possiamo progettare imprese che appaiono titaniche nel fronteggiare il crescente
dissesto climatico; l’urgente transizione tecnologica; la rivoluzione copernicana che si richiede in
tema di lavoro, con l’avvento del digitale e del lavoro a distanza; l'emorragia di giovani talenti che
sono costretti a trovare riconoscimento e opportunità all’estero; l’impoverimento di interi ceti sociali,
scivolati nella soglia della povertà di sistema, perché a quarant’anni già fuori dal circuito del lavoro,
per la rapida obsolescenza delle competenze, o perché la rimessa in piedi del sistema produttivo
richiede decisioni impopolari e profonde per riequilibrare i profondi divari socio-economici che si
sono consolidati in questi ultimi anni, se non si procede a trasformazioni epocali del nostro
modello economico e sociale?
 C’è insomma da non nascondersi dietro infingimenti nominalistici e spaziali ma di avere un partito

che acquisti forza e affidabilità nella coesione delle varie realtà di area attorno ad una identità che
non può assumere altre sembianze, perché sarebbe in contraddizione con se stesso, mentre ci si
appresta a rinverdire le radici di quel florilegio di valori che caratterizzarono l’esperienza della Dc in
una rinnovata visione di paese e di relazione tra i popoli che assicuri la espunzione delle economie
predatorie e, al contempo, governi volti al bene comune in una virtuosa compatibilità tra funzione
sociale ed economia di mercato.
 Una sfida che è ancora più impegnativa per il nostro sistema infrastrutturale pubblico, così come
lo è per la produzione industriale, artigianale e della commercializzazione, e per i settori
professionali, tanto che non appare ultroneo pensare ad una nuova stagione di politiche
Keynesiane, molto incisive.
 Solo un rinnovato modello macroeconomico, ancorato sulle grandi intuizioni dell’economista di
Cambridge, ossia un robusto new deal economico, potrà aiutarci a superare l’enorme crisi
strutturale di sistema.
Operazione che difficilmente potrebbe incastonarsi in una mera connotazione centrista.
Categorie che in particolare dagli anni ‘70 del secolo scorso furono oggetto da parte di Norberto
Bobbio, Augusto Del Noce e George Grunberg, di un intenso confronto dialettico.
Entrambi concordi nel riconoscere – nella peculiarità italiana di una destra che aveva raccolto
sostanzialmente l’eredità ideale del fascismo e di una sinistra che tardava a svincolarsi dai legami
dottrinali con Mosca – che il valore del centro, nel sistema politico italiano del dopoguerra, era
destinata a perdere quella precipua connotazione di presidio delle libertà e dei valori universalistici
assunto dalla Democrazia Cristiana, una volta che destra e sinistra avessero accettato in pieno,
l’economia di mercato, abbandonato ogni specifico richiamo di classe e la convinta adesione al
sistema di democrazia rappresentativa, con l’effetto di spostare il focus volta per volta,
principalmente, sulle aspettative di questo o di quel ceto sociale.
Previsioni che in questi anni hanno trovato il loro terreno di verifica e di smentita nel modo
altalenante con cui forze di destra e di sinistra hanno cercato di rendersi interpreti, sia pure
nell’ambito di grosse contraddizioni, senza però concorrere a risolvere minimamente le cause dello
scivolamento di ceti sociali privilegiati verso sacche sempre più ampie di povertà, mentre la classe
operaia è stata lasciata alla sola cura delle forze sindacali.
Non ci voleva molto allora, in una cornice così disomogenea nella quale alla dismissione delle
originarie identità ideologiche si facevano spazio venature populiste e radicalismi anti sistema, che
quelle tante misure, spesso sull’onda di campagne emozionali, non facessero che acuire le
difficoltà diffuse.
E non poco ha contribuito il modo scoordinato, e spesso destrutturante di precedenti
provvedimenti, con cui si è operato,senza una visione lungimirante, organicamente orientata ad
una più equa distribuzione delle risorse primarie.
 In questo quadro non appare velleitario, in sintonia con il magistero papale, affermare che il paese
ed il mondo hanno bisogno di un nuovo Umanesimo solidale,( qualcuno si spinge addirittura fino
ad una declinazione integrale)con tutte le implicazioni che questo comporta, in termini di politiche
popolari e capaci di spingere il sistema produttivo verso una più bilanciata perequazione dei salari,
con la previsione di misure fiscali che mitighino il drenaggio, spostando il maggior peso delle

imposte sulle grandi concentrazioni di capitali, che spesso trovano schermo dietro paradisi fiscali,
e sulle rendite finanziarie delle grandi holding, incentivando le reti di produzione su scala interna.
Al contempo va perseguito l’obiettivo di controbilanciare fortemente la competitività del prodotto
interno, anche con forti politiche di sostegno dell’occupazione, rispetto alle insidie della
globalizzazione, che tanto ci ha ammaliato in questi anni, al punto di consegnarci, mani e piedi,
alla colonizzazione energetica e commerciale, quasi per intero.
 Che senso ha allora continuare ad insistere su una prospettiva di ricomposizione, che sa
davvero di mera operazione di vertice, senza popolo, che simili processi fanno venire in
mente, senza uno sperimentato radicamento nel territorio, sebbene entro un quadro di
valori, di ideali e di metodi che furono il motore della della DC, appare essere operazione
assai avventurosa.
Disponiamoci invece a sostenere e valorizzare tutti gli sforzi che valorosi dirigenti stanno
facendo per il ritorno in campo del partito, anche sulla scorta di primi segnali assai
incoraggianti, nelle elezioni amministrative di ottobre scorso in Sicilia e altrove e speriamo
possano avere riscontro anche nei Comuni impegnati nella consultazione di questa
domenica.
Quel primo impatto con i territori ci ha fatto ritrovare quella parte di elettorato che da
tempo disertava le urne.
Insomma mi auguro che le rispettose cogitazioni di questi amici non indulgano ancora in questa
sorta di autolesionismo di cui non abbiamo bisogno se davvero si ha in animo di accreditare una
posizione identitaria rinnovata del partito.
 Quello che invece conta è l’aderenza ad una realtà totalmente modificata, nelle istanze, nei
bisogni e nei progetti di futuro che oggi attanaglia e condiziona le aspettative personali fino a
comprimere molte delle potenzialità innovative e di intrapresa di cui sono capaci i nostri giovani,
quando vanno all’estero.
 Insomma sarebbe irresponsabile continuare a rispondere a questo caleidoscopio di problematiche
si con metodi e modalità sempre più incentrati a soluzioni parziali, privi di progetti lungimiranti e
senza una visione di paese volta ad una proiezione ultra-generazionale.
 Una incapacità strutturale che, in una deriva inarrestabile, ha fatto scivolare,in il nostro sistema
politico, in una inconcludenza permanente.
In questo quadro persino questo governo, che sulla carta sembrava essere la “migliore” soluzione
per risolvere gli annosi problemi strutturali del nostro paese, appare innaturale, ingabbiato come è
tra spinte e controspinte da parte di forze politiche mosse sempre più apertamente da disegni
opposti.
  Mentre ci attanaglia l’amara constatazione che anche l’ultimo treno sta per ripartire senza essere
in grado di portare grandi risultati alle nostre Istituzioni europee.
Così rischiando di pregiudicare l'affidamento e la fiducia che ci avevano riconosciuto in seno al
Recovery fund, con un plafond di prima grandezza, dietro l’impegno di riscrivere, senza furbizie,
quelle essenziali regole in grado di diradare i tanti intralci burocratici e operare incisivamente
semplificazioni di procedure – nel rispetto delle garanzie di tutela dei diritti fondamentali – oltre ad
una poderosa manutenzione delle nostre infrastrutture.

 Così non possiamo non chiederci se davvero sia possibile dare risposte minimamente
efficaci all’intero arco di istanze sociali e del mondo produttivo, che recessione e stag-
inflazione stanno incardinando, senza quel patrimonio di valori e di idee e quella
lungimiranza progettuale, che fu della Democrazia Cristiana.
 E mentre aumenta, da parte di tanti commentatori politici, lo scetticismo sul pieno rispetto e
puntuale adempimento degli impegni e sulla buona riuscita delle riforme strutturali ed
ordinamentali nei diversi comparti dei pubblici servizi, assunti con il Pnrr, il paese va alla deriva tra
incapienze economico- finanziarie, povertà crescente, sfaldamento della famiglia, sfilacciamento
della coesione sociale e un nichilismo, sempre più preoccupante tra i giovani, senza futuro, cui
non poco hanno concorso misure sociali di demotivazione al lavoro, con la messa in campo di
politiche di mero assistenzialismo parassita e improduttivo, oltre alle tante derive propagandistiche
– da ultimo i pacifisti della domenica – per ammaliare fette di elettorato sempre più insoddisfatto e
disorientato.
  Fa perciò un certo effetto leggere pertanto da un alto esponente del partito, vice segretario
nazionale, affermazioni così stupefacenti:
 “In previsione delle prossime elezioni nazionali, credo, invece, che il nostro dovere prioritario sia
proprio quello di impegnarci, ognuno per la sua parte e nell’ambito politico organizzativo in cui si
ritrova, per favorire quel soggetto politico nuovo che se non sarà la Dc, dovrà essere “qualcosa
che ne costituisca la ripresa in termini di valori e di contenuti”.
 Se è proprio vero che talvolta i paralleli nella Storia hanno qualche attinenza, non ci sembra di
esagerare se diciamo che con queste tesi, a differenza di Nerone, questi esimi esponenti di partito,
si dispongono ad “incendiare” la propria cittadella politica senza aver nemmeno chiari i contorni di
quella nuova che potrà prendere il suo posto.
10.06.2022
Luigi Rapisarda