Luigi RapisardaC’è un dato comune che fa assomigliare talune forze politiche attuali ai tanti piccoli vassalli di epoca feudale, sempre, affannosamente in cerca di nuove sudditanze verso alleanze più convenienti, per mantenere e accrescere le loro rendite di posizione, ora guardando a quel principe, ora all’altro.

È l’affermazione di una strategia elettorale che sembra abbia definitivamente messo ai margini

la primaria esigenza della spendita del proprio progetto politico quale biglietto identitario per veicolare nell’opinione pubblica i tratti essenziali e significanti della propria proposta politica.

Così il vizio di sempre, che ha caratterizzato questi trent’anni di politiche bipolari, ossia la propensione delle piccole forze a ruoli ancillari o a ragioni di piccole sopravvivenze personali, è ancora una volta dominante.

L’amara considerazione prende spunto dall’intervista di ieri, 7 febbraio, del segretario Cuffaro al giornale Italia Oggi.

Nel dipanarsi delle risposte, quello che domina è un vuoto totale di contenuti progettuali evocatrici di concrete e lungimiranti idee sulle politiche europee per il prossimo quinquennio.

Ma non è tutto!

C’è un rigurgito di tattica politica che è probabilmente il riflesso di pregresse esperienze di questa dirigenza che non si combina con il nuovo corso che la DC proclama di imboccare nel solco di quello stile meno ermetico e più alla luce del sole, unica arma vincente in grado di riportare attraverso valori e metodi che furono soprattutto nei primi decenni dell’esperienza democristiana, il fiore all’occhiello di una prassi politica fuori dagli inganni della demagogia e della mera propaganda, svolta con lealtà e coerenza.

Non è bastato l’appello, di appena qualche giorno fa, ove, con il mio articolo pubblicato su Il Popolo, in risposta alla ripetuta sollecitazione di una nuova Camaldoli, invitavo il partito a delineare subito un Manifesto per l’Europa, per disporsi a quel minimo di riflessioni che non possono – in queste fasi così cruciali dove di qui a pochi mesi e comunque entro questo anno si disegneranno, con le previste elezioni, le nuove governance dei paesi più potenti della terra – farci perdere di vista il disincanto di un’opinione pubblica non più disposta a trangugiare le tante spregiudicatezze di una classe politica sempre più arroccata su posizioni di difesa personale, anziché di missione per il bene comune.

Ci dispiace, e siamo fortemente delusi da questo atteggiamento miope e autoreferenziale del segretario politico, in contrasto con lo stile pluralista e di dialogo, fatto di un permanente confronto che ha  connotato e dovrebbe continuare a connotare la vita e le scelte del partito.

In questa fase servono donne e uomini coraggiosi che perseguano, con determinazione, le nuove frontiere politiche che ci impone la transizione climatica e dell’ecosistema, così da saper individuare, senza cadere nella demagogia o nel populismo, attraverso dei virtuosi palinsesti, il bene comune e la convivenza pacifica nel mondo.

Mentre non è più tempo di recriminazioni e speculazioni elettorali su ciò che non va.

La DC, come ciascuna forza politica,  deve venire allo scoperto con la propria idea di futuro e di quale ruolo debbano assumere le Istituzioni europee affinché siano promotrici di un nuovo modello di sviluppo e di progresso, generatore di pace e di coesione tra i popoli, mettendo in chiaro quali modelli ordinamentali, di politica industriale, di immigrazione, di generale tutela della salute, di politiche formative per i giovani collegati con i primi sbocchi lavorativi e professionali, di valorizzazione dei suoli e dei cultivar, di politiche fiscali comuni e di mediazione autorevole nei rapporti geopolitici, si vogliono perseguire.

Nessuna disattenzione oggi può essere tollerata da parte di questa dirigenza a fronte delle tante incontrovertibili analisi socio-politiche sulle tendenze, sempre più fluide, dell’elettorato(Z. Bauman)ancor meno attratto (una buona metà è giunto alla nausea del voto) dalle frequenti scaramucce politiche e dal parlare principalmente di alleanze, che non toccano mai i reali problemi della collettività.

E tanto più nauseanti, in questo quadro, appaiono gli estenuanti  giochi al pallottoliere in cui si sta dibattendo tutta l’area centrista tesa ad individuare le migliori convenienze in termini di alleanze, nel permanere di una visione personalista e opportunista, corriva ad una politica piegata a miopi interessi di piccolo calibro, mentre si scomodano parole sublimi nel rivendicare una continuazione storica ed ideale con quel grande patrimonio di idee e valori che fu di don Sturzo e di grandi uomini della DC, partito che mai si piegò agli interessi di parte o di settori specifici.

Forse non sarebbe fuor di luogo chiedersi perché nel corrente processo di riaggregazione dei cattolici democratici e popolari, non trova appeal il ruolo di federatore, che per legittima rappresentanza del partito, riconduzione alla storica identità e naturale continuità, competerebbe all’attuale segretario politico della DC?

Così è che la situazione del partito , oggi, volge verso risultati poco lusinghieri.

In Sardegna abbiamo inopinatamente perso i candidati, migrati incredibilmente in altre liste (ma le accettazioni formali di tutti i candidati passati subitaneamente alle altre liste a che sono servite?)mentre le spiegazioni che abbiamo potuto leggere, affidate ai social del partito, della Commissaria F.Donato, appaiono politicamente grossolane e non plausibili.

Per non dire che nello stile della storica DC, dopo un così clamoroso flop il responsabile di quell’incarico si sarebbe subito dimesso.

Comunque un segnale assai allarmante di come viene selezionata questa nostra classe politica.

Non è stato sicuramente il migliore contraltare per rispondere con la giusta fierezza all’inadeguatezza di queste classi dirigenti che distorte dal perseguimento di obiettivi prettamente lobbistici e di parte hanno perso la capacità di saper cogliere nei sentimenti popolari le più urgenti e vitali istanze, destinate a degradarsi in aperte contestazioni sociali, come, in questi giorni, ci è dato di assistere alle proteste degli agricoltori di tutta la penisola.

C’è poi l’Abruzzo, dove al momento, si è con la lanterna a cercare alleanze.

Intanto non sarebbe stato esaltante il gemellaggio con FI, peraltro non so a quale decisione collegiale sia riconducibile, visto che il CN e soprattutto la Direzione nazionale aveva lasciato tutto sul vago.

Ma davvero ci saremmo giovati positivamente di questo sodalizio con un partito fortemente impegnato in un ruolo ancillare e codino in una coalizione il cui progetto politico non coincide, seppur entrambi, FI concretamente, la DC virtualmente( non mi risulta che al momento ne facciamo formalmente parte) avessero fatto riferimento alla stessa matrice europea Ppe?

Non può infatti nascondersi come il disegno della Meloni, seguita dai suoi alleati, si sia incardinato nell’idea di portare dentro in vista dei nuovi giochi per la nuova governance europea il partito europeo dei Conservatori( dove peraltro in questi giorni ha accolto il rappresentante dell’ultra destra francese Zemmour e dell’ungherese V.Orban, estromettendo il Pse.

Una mossa che aveva provato ad anticipare il leader del Ppe M. Weber, al momento rientrato per le critiche all’interno del partito.

Ma la questione è ancora tutta da giocare.

L’operazione, se davvero portata a termine, non sarebbe di poco conto perché darebbe di certo una chiara caratterizzazione populista e nazionalista agli obiettivi europei, con maggiori occasioni di tensione in tutto il continente europeo.

Non c’è poi, nell’intervista di Cuffaro, una sola parola su come è ridotto il Sud e su come dovrà misurarsi con il nuovo meccanismo previsto dalla legge sull’Autonomia differenziata che ha disegnato una maggiore destinazione autoctona del gettito generato entro i territori regionali, con l’effetto – mancando adeguati ed efficaci clausole di perequazione – di un maggiore impoverimento del meridione e la conseguenza inevitabile di un doppio binario con cittadini di serie A e cittadini di serie B.

Insomma un preoccupante scenario  totalmente ignorato in quell’intervista, aggravato dal paradosso che, la dirigenza DC, partito sempre attento, nella sua storica esperienza, alla questione meridionale e premiato nelle elezioni amministrative siciliane di questi ultimi due anni, si ostina a mantenere il sostegno alla giunta Schifani, espressione di queste politiche discriminatorie e di una visione accentratrice del sistema istituzionale che collide con il nostro patrimonio di idee e valori, senza porsi la domanda se non fosse giunta l’ora di ritirare il proprio appoggio alla coalizione di centro destra guidata, appunto, dal governatore Schifani, anzitempo, invece di scegliere la più comoda strada delle imboscate( metodo che non consente di identificare di quale partito siano realmente stati i franchi tiratori), salvando così la faccia rispetto agli alleati, ma perdendo l’occasione di un chiaro e coerente segnale che l’opinione pubblica non avrebbe sicuramente lasciato cadere nel vuoto.

Quella auspicata deflagrazione della giunta Schifani, dilaniata da contrapposti interessi di partito, avrebbe posto sul tavolo i nodi di queste politiche governative e del vassallaggio dei governatori organici al progetto meloniano.

Una mossa che, inserendosi nella guerra per bande che è in atto dentro FI, avrebbe connotato la DC come partito affidabile e coerente ai propri principi.

Non minor peso assume su questo quadrante il nuovo organigramma apicale del partito che sta disegnando il loro leader Tajani, mettendo in ombra esponenti come lo stesso Schifani ed altri big storici di FI.

In politica si sa che le emarginazioni si pagano sempre, o con le scissioni o con le migrazioni verso altre forze, ma le conclusioni le sanno trarre bene gli elettori.

Di certo in quell’orizzonte si sta addensando una forza autonoma che sicuramente salderà Noi moderati con la frangia capeggiata da Schifani per una lista autonoma.

Il tentativo, se trova conferma, appare assai rispettabile, ma non credo possa pretendere una riconoscibilità come espressione identitaria di quel centro che si incarica di essere l’ago della bilancia del nostro sistema politico.

La principale ragione sta nel fatto che in questo progetto politico non si intravedono tutte quelle declinazioni programmatiche che caratterizzano per antonomasia l’area centrista di cui è naturale espressione l’area cattolico-democratica e popolare, il cui precipuo obiettivo è di contribuire a fare da argine, nel quadrante europeo, ad un asse di governo delle Istituzioni europee che resti imperniato sulla cosiddetta maggioranza Ursula, pur auspicando a presidente della Commissione Mario Draghi, e, sul piano interno, operando in difesa della nostra Carta costituzionale al riparo da tutti quei propositi di riforma in atto( Premierato) che squilibrandone i poteri, volgono in direzione di un accentramento di parte di essi in capo all’esecutivo, con ribaltamento del principio della centralità del Parlamento.

Ne’, mi pare, possano avere titolo tutte quelle operazioni trasformiste tese a contaminare il processo di un più ampio rassemblement centrista, se non nella ineludibile condizione di abbandonare ogni condivisione del disegno accentratore della premier Meloni.

Mentre il più recente tentativo di imbrigliarsi in un cartello o con un’ alleanza elettorale con Mastella e Renzi, sconterebbe subito lo scarso appeal che quest’ultimo registra oggi di fronte ad un elettorato disorientato dai tanti funambolismi con cui si è caratterizzato, con iniziative, in questi ultimi anni, spesso in conflitto con il suo ruolo di parlamentare della Repubblica, disseminando ipotesi di conflitto d’interessi, che da più parti si sollevano, a partire dalla più clamorosa, ossia le sue sistematiche consulenze, come sostenuto da Calenda, all’Arabia Saudita: regime notoriamente totalitario e oscurantista.

C’è quanto basta per fare dentro il partito un’ampia riflessione.

10.02.2024

Luigi Rapisarda

 

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