Luigi Rapisarda Siamo a pochi giorni dalla consultazione referendaria che ci chiama a pronunciarci sulla riforma costituzionale.
Varata qualche mese fa dal Parlamento, essa prevede la netta riduzione di un consistente numero di parlamentari, circa un terzo dell’attuale, che passerebbero, alla Camera da 630 a 400, ed al Senato da 315 a 200i, modificando fortemente il rapporto percentuale che era di un rappresentante per quasi 100 mila abitanti ad un rapporto da uno a 150 mila,discostandosi di molto dalla media europea dei livelli di rappresentanza dei paesi dell’Unione.
E mentre nel dibattito, poco significativo appare l’interesse generale, i sostenitori del SÌ pur facendo ricorso a tutto il loro possibile armamentario in spot e propaganda, non riescono ad avere dalla loro argomenti ragionevolmente convincenti.
Mentre non sono pochi gli esponenti politici del fronte del Si che si cominciano a ricredere sulle posizioni del proprio partito, ritenendo un errore una così incoerente riforma, che si traduce in un robusto taglio dei parlamentari lasciando inalterate le vere ragione della lentezza ed intempestività della funzione legislativo:ossia il bicameralismo perfetto.
Anzi, cosa ancor più grave, le ragioni che sorreggono la riforma, si appellano al singolare obiettivo di risparmiare sui costi della politica.
Una motivazione umiliante e cinica che rivela la grande disinvoltura con cui si affrontano e si risolvono temi cruciali e fondamentali, come la tutela, la cura e la manutenzione delle rappresentanze parlamentari.
Che purtroppo non ha visto nel corso delle diverse letture,nessuna forza politica apertamente schierata, forse per la paura di essere etichettati come “casta”, a parte il Pd, in difesa del mantenimento della norma, magari avanzando doverosi dubbi sulla natura demagogica di tale iniziativa, totalmente avulsa da un qualsiasi progetto di coerente ed organica revisione costituzionale.
Mentre il Pd, che pure aveva avutouna posizione più coerente, nell’ultima lettura della riforma, ne ha barattato il ripensamento, come fosse merce da scambiare, per costruire l’alleanza finalizzata a non far interrompere la legislatura, allarmato dai sondaggi che ne delineavano per esso e il Movimento 5S,una vera debacle.
Eppure non era difficile cogliere tutta la strumentalità della battaglia demagogica portata avanti dai grillini,sin dagli albori del suo primo affacciarsi sulla scena politica nazionale.
Una furia delegittimante del Parlamento, evidenziata da una propaganda alimentata da marcate venature di aperta antipolitica( lotta alla “casta”) del movimento 5S.
Così mescolando tematiche disomogenee e prendendo a pretesto la diatriba dei costi della politica, si è finito per assimilare il massimo organo legislativo, alla maniera di un qualsiasi bene di mercato, e come tale, di poter operare disinvoltamente con tagli e riduzioni, assai consistenti, senza contare che si incideva poderosamente, su funzioni cruciali che richiedono attenta ponderazione e delicati bilanciamenti per mantenere un giusto rapporto tra territorio e rappresentanti.
Funzioni e proporzioni che una democrazia,non può permettersi di stravolgere, agendo con tagli indiscriminati, che finiscono per tradursi in vere mutilazioni dell’intero impianto, ancor meno per puri obiettivi di contenimento della spesa pubblica:
peraltro impercettibile, data l’esiguità del risparmio, circa 57 milioni l’anno,secondo talune stime anche meno, tra Camera e Senato, a fronte delle dimensione del bilancio pubblico e di tanti sprechi per attività collaterali( comitati, consulenze ecc. ecc.)talora scarsamente utili, come si è visto con le recenti commissioni,comitati e tavoli tecnici di ogni tipo.
Insomma gli strumenti basilari in democrazia non possono essere sacrificati o depotenziato in base a mere esigenze di risparmio.
Senza contare le concrete conseguenze,dal punto di vista funzionale, come tanti esperti vanno sostenendo, che una misura così sproporzionata ed irragionevole riverbera sulla rappresentanza di interi territori ,con l’aggravare anziché ridurre i problemi del bicameralismo perfetto”.
Mentre si sono scientemente ignorati tutti i contraccolpi che questa riforma andrebbe a ripercuotere su garanzie e funzionamento ordinario dei meccanismi parlamentari: dall’inadeguatezza della legge elettorale che non potrebbe a quel punto che non tenere conto di una nuova geografia dei collegi, oltre ed essere necessariamente proporzionale, ai regolamenti parlamentari, totalmente da riscrivere, oltre a travolgere una miriade di norme che regolano gli istituti di garanzia: dal procedimento di revisione costituzionale, all’elezione del Capo dello Stato e dei Giudici Costituzionali e dei membri laici del Consiglio Superiore della Magistratura..
Preoccupazioni che invece sono state alla base dei tanti giudizi negativi di autorevoli costituzionalisti.
Come il prof. Azzariti, che non le manda a dire, definendolo, in un’intervista a “La Stampa”, un “ referendum truffa”.
Sottolineando che “il vero problema è la fuga del potere dal Parlamento’.
Insomma una seria messa in guardia dalla deriva dell’equilibrio dei poteri che appaiono sempre più discostarsi dal baricentro parlamentare, così perdendo quella centralità che la Costituzione gli ha assegnato.
Infine a chi sostiene che un numero ridotto significhi più autorevolezza!
Cosa che già,n passato aveva portato qualcuno a proporre in aula solo il voto dei capigruppo, perché ovviamente erano più autorevoli, si limita con una iperbole a delineare il paradosso che, può annidarsi in questo ragionamento, allora “ un dittatore sarebbe il più autorevole di tutti!”.
L’appuntamento referendario perciò si rivela di enorme importanza perché mette a confronto due visioni antitetiche e inconciliabili della democrazia.
Mentre assistiamo ogni giorno alla crescente consapevolezza di quanti, animati da sincero spirito liberale e democratico ne invocano salvaguardia e ripristino dell’originario assetto.
Assetto, così sapientemente dosato, che è stato capace di assicurare, fino ad oggi, l’equilibrata espressione delle rappresentanze in tutti i territori della nostra Repubblica, e di aver evitato le tante distorsioni e disequilibri, di cui se ne renderebbe artefice questa riforma, oltre ai perniciosi riflessi su tante procedure e strutture della nostra forma di Governo.
Ed in questo quadro si iscrive l’appello, a favore del No, lanciato da 183 costituzionalisti, scoperchiando le tante ingannevoli e speciose motivazioni propagandate dai 5S.
Ai quali è palese l’avversione,al sistema della rappresentanza parlamentare e del suo inestricabile corollario della libertà di mandato.
Non a caso questo è un altro obiettivo dei 5S per mettere bavaglio alla libertà del parlamentare così da assoggettarlo per legge alla disciplina di partito, in realtà alle direttive delle segreterie dei partiti e ridimensionarne peso ed autorevolezza, per poi avere mani libere, magari in riforme liberticide e vanificare del tutto il sistema della rappresentanza parlamentare,sostituendolo con la democrazia diretta, o più precisamente,con la cyber-democrazia, i cui esempi di partecipazione, tipici della piattaforma Rousseau, in una visione anti politica ed anti sistema, illiberale giustizialista, ci lasciano sgomenti.
Insomma non pare irragionevole condividere quanto sostengono autorevoli costituzionalisti che ” la riforma appare ispirata da una logica punitiva nei confronto dei parlamentari, confondendo la qualità dei rappresentanti con il ruolo stesso dell’Istituzione rappresentativa”.
Va da sé che, se si accettasse la mutilazione del sistema delle rappresentanze, appoggiando questa deleteria riforma, esporremo l’Italia al rischio di una repentina trasfigurazione della nostra Carta Costituzionale, in senso più illiberale e antidemocratico, perché più vulnerabile a tutte le traversie che una maldestra riforma della legge elettorale, come peraltro ne abbiano avuto in questi recenti anni: il ” porcellum” ne è stato un emblematico esempio, potrebbe ulteriormente aggravare, consegnando definitivamente il sistema della rappresentanza popolare al totale arbitrio delle segreterie dei partiti e dei loro leader.
Mentre l’ulteriore elemento che ne evidenzia tutta la strumentalità di questa riforma è dato dal non intenzionale raccordo con tutto il filone del dibattito sui punti nodali e le criticità dell’attuale esercizio del potere legislativo, ossia il bicameralismo perfetto, già oggetto di una riforma, durante il governo Renzi, che però, apparendo troppo disorganica era stata bocciata, in sede referendaria,qualche anno fa.
Peculiarità, quella della identicità delle funzioni delle due Camere, tutta italiana, che tutte le forze politiche ritengono essere oramai un fattore di rallentamento dei lavori parlamentari.
Aver deciso di ignorare una tale impellente esigenza di diversificazione delle due Camere, con una maggior rappresentatività delle autonomie territoriali, riconoscendo ad una, solamente,il rapporto di fiducia-sfiducia, ma con meccanismi correttivi, come ad esempio in Germania, che si impedisce al Bundestag di far venir meno la fiducia al governo senza la predisposizione di una nuova maggioranza, significa confermare quel diffuso sospetto che si stia preparando il terreno per un facile passaggio, già vecchia idea del cofondatore G. Casaleggio, a forme di democrazia diretta, regola primaria nell’organizzazione interna del movimento grillino, o di nuova sperimentazione, sulla scia di recenti dottrine politiche affacciate da autocrati dell’Est Europa, con il rischio di aprire la strada a pericolose torsioni del nostro sistema verso derive plebiscitarie.
Preoccupazione che non trova certo rassicurante la mancata presa di posizione delle destre sovraniste verso questa ingannevole e strumentale riforma della rappresentanza parlamentare.

18 settembre 2020

Luigi Rapisarda

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