A mio giudizio la riforma della giustizia, ed in particolare la separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti, non delegittima la magistratura e non mina autonomia e indipendenza. E non è vero che sarebbe un “regolamento di conti tra la politica e i magistrati”.
Peraltro, le vicende di questi giorni, che da Milano a Pesaro si allargano in tutta Italia, stanno a dimostrare il contrario.
Invero, molti non sanno, e chi lo sa fa finta di non saperlo, che nella prima fase del procedimento penale l’attore unico è il Pubblico Ministero, con il giudice dell’indagine preliminare, il cosiddetto gip, che fa da semplice “spalla”. In altre parole, ammessa la terzietà di chi giudicherà dopo il rinvio a giudizio, il gip, che poi si trasforma in gup, non è terzo per nulla.
In verità, il suddetto magistrato era stato concepito, all’alba del nuovo codice di procedura penale, cosiddetto accusatorio, come vero controllore e contraltare del pm, proprio nella fase in cui l’indagato e il suo difensore non toccano palla.
In altre parole era a garanzia dei diritti del cittadino spesso ignaro anche dell’indagine a suo carico.
Invece, proprio il gip, per la contiguità di colleganza anche fisica col pm, spesso gli uffici sono uno accanto all’altro, ha fallito la sua funzione.
Orbene, riportarla alla previsione originaria, non sarebbe possibile senza la separazione delle carriere.
Di conseguenza, distinguere tra chi è deputato alla funzione requirente e quello designato per la funzione giudicante, appare non solo opportuno ma necessario.

Avv. Salvatore Torchia

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