Luigi Rapisarda Le innumerevoli torsioni nella sequenza degli strumenti normativi che si sono adottati nel braccio di ferro tra governo e regioni oltre ad aver creato un groviglio di regole spesso contraddittorie e senza una verosimile copertura costituzionale,hanno esposto cittadini, imprese, e famiglie a disorientamento e disarticolazioni del normale vivere quotidiano.
Una carrellata di regole con cui si sono imposti presidi protettivi, posti contingentati, frastornando le tante categorie produttive, spesso costrette ad inseguire prescrizioni, contraddittorie tra norme nazionali e del territorio, intersecate da marce indietro, inasprimenti e chiusure delle attività commerciali,delle scuole e dei luoghi di formazione, frustrando e mettendo in ginocchio i ritmi quotidiani del sistema socio economico e familiare, con la conseguenza della desertificazione dei rapporti commerciali e lo stravolgimento dei rapporti personali quotidiani.
In questo scenario, talvolta concitato, con un virus invisibile ed insidioso,non sono stati pochi a sollevare severe critiche sulla legittimità formale e sostanziale dei modelli normativi adottati.
E non vogliamo ergerci a censori, guardando questa triste ed irrefrenabile emergenza pandemica con il senno di poi, dove tutti siamo bravi a vedere nitidamente le soluzioni.
Ma partiamo dei dati di fatto che si sono mostrati nel corso degli eventi.
Uno, ed è il primo e più importante, è il fatto inconfutabile che quasi tutti gli scienziati avevano preconizzato la temibile recrudescenza.
Lo stesso avevano fatto alcune autorevoli agenzie che hanno tenuto sotto sorveglianza i flussi del contagio sui territori, tra cui la oramai nota fondazione Gimbe di cui è Presidente il prof. Nino Cartabellotta.
In mezzo a questi ripetuti avvertimenti vi era chiaro l’invito a non lasciarsi sorprendere da questa seconda ondata, predisponendo quanto più possibile tutti i potenziamenti necessari, tanto delle strutture sanitarie ma soprattutto, come veniva a gran voce indicato da innumerevoli esperti del settore, della rete di medicina di base, molto poco affidabile nella funzione di strumento di primo intervento per deflazionare il prevedibile ingolfamento dei pronto soccorsi e degli ospedali.
Purtroppo niente di tutto questo si è avuto, o molto poco.
I potenziamenti sono rimasti fermi, o comunque non pare essere stati adeguati, con i respiratori della terapia intensiva lasciati in non uso, o accatastati in attesa del completamento della formazione del nuovo personale( come appreso dal Commissario Arcuri, circa 30 mila neoassunti)ed alla predisposizione di nuove strutture, che solo nel mese di ottobre si sono incessantemente riattivate, con appelli anche a richiamare in corsia, sebbene su base volontaria, molti medici in pensione.
Sta di fatto che, vuoi per un eccessivo allentamento delle regole in estate, vuoi per una imprudente serie di ponderazioni sbagliate, come nel caso dei trasporti, lasciati alla capienza quasi massima, 80% che in tante grandi città, nelle ore di punto presi d’assalto, probabilmente anche per una riduzione delle corse, hanno fatto registrare affollamenti ben oltre il limite, ci stiamo ritrovando in una situazione di massima emergenza, con gli ospedali al collasso, file interminabili ai pronto soccorso, mentre in alcuni casi scarseggiano i presidi essenziali, come ossigeno e farmaci indispensabili, oltre all’ancora più grave decisione di tanti ospedali di sospendere assistenza e cura per tutte le altre patologie.
In questo quadro allarmante per la salute di ciascuno si sta consolidando un aspetto assai preoccupante sul modalità e gli strumenti normativi con cui si mettono in atto divieti e prescrizioni per contrastare la diffusione del virus.
Ovviamente non stiamo parlando di quelle nazioni dove il virus sembra essere stato un pretesto per far passare un accentramento di poteri in capo all’esecutivo, esautorando il Parlamento, fino alla fine della pandemia, ossia ad arbitrio del despota di turno e contestuale bavaglio, anche alla stampa con contestuale minaccia di misure penali: è il caso più emblematico è quello dell’Ungheria di Viktor Orban, fatto oggetto anche di qualche richiamo da parte dell’Ue.
Stiamo parlando dell’Italia, ove vige il principio di legalità e di riserva di legge in tutti i casi in cui ci sono di mezzo i diritti fondamentali della persona.
Singolare è il fatto che nel nostro sistema costituzionale non si è prevista alcuna ipotesi di emergenza nazionale e di conseguenti regole di esercizio dei poteri in capo alle istituzioni, a cominciare dal Parlamento.
La questione non è di poco conto.
È proprio l’esistenza di un così clamoroso vuoto di norme di rango costituzionale, ha indotto il governo a ricorrere ad ipotesi normative analogiche, e cioè all’unica caso di previsione normativa di emergenza nazionale prevista nella Legge regolativa dei poteri e gli interventi della Protezione civile.
Così ancorandosi a tale previsione legislativa si è costruito un impianto normativo con regole di rango secondario, dalla mera natura amministrativa, sul presupposto di una dubbia legittimazione conferitagli da un decreto legge, divincolando così tutta la normazione susseguente, sotto forma di Dpcm, da qualsivoglia coinvolgimento del Parlamento.
Con la singolare conseguenza di agire a mezzo di atti autoritativi di natura amministrativa, Dpcm, su libertà e diritti fondamentali, coperti da riserva di legge, o da guarentigie giurisdizionali (che fuori dal gergo tecnico vuol dire che nella generalità solo una legge dello Stato può imporre restrizioni, e singolarmente solo un provvedimento dell’Autorità giudiziaria)decretandone liberamente la sospensione, con grave vulnus costituzionale.
Quindi è bastato un Dpcm, ossia, un semplice atto del Presidente del Consiglio dei Ministri, ad eludere tutti i passaggi che sono previsti, invece, nell’esercizio delle fonti primarie: Parlamento, in primo luogo che ne è il titolare e successivamente il controllo del Presidente della Repubblica, in sede di promulgazione e della Corte Costituzionale, nel caso di proposizione della questione di costituzionalità.
E la conseguenza, non da poco, che l’unica possibilità di poter impugnare o portare ad una verifica di legittimità il Dpcm è un ordinario ricorso al Tar, come qualunque atto o provvedimenti amministrativo.
Un potere per di più esercitato monocraticamente ossia sotto la singola responsabilità del Capo del Governo, come a configurare una sorta di presidenzialismo atipico, ove ad esercitare poteri monocratici derogatori non è il Capo dello Stato come si verifica nei sistemi presidenziali, Usa o semipresidenziali, Francia, ma il premier, senza godere, come è nel nostro sistema rappresentativo a centralità parlamentare, di alcuna legittimazione popolare.
A tanta disinvoltura, nell’adozione degli strumenti normativi adottati da parte di Premier, Governo e Regioni, peraltro oggetto anche di un preciso monito del Presidente della Repubblica, perché non si mettesse in ombra il Parlamento, tra le critiche più autorevoli alla legittimità formale e sostanziale degli stessi, non possiamo non citare le puntuali doglianze del prof. Sabino Cassese, giudice emerito della Corte Costituzionale e le suggestive considerazioni di Aldo Maria Valli, con il suo pamphlet “Virus e Leviatano”.
La tesi del prof. Sabino Cassese che ha espresso queste sue pregevoli osservazioni, in diverse interviste sulla stampa nazionale, è molto semplice ed arguta: se da una parte non si intravedono le condizioni per il ricorso ex art. 78 della nostra Carta costituzionale, alle norme regolative della deliberazione dello stato di guerra, come taluni hanno ipotizzato, dall’altra egli mette in guardia da un percorso normativo del governo e delle regioni, nella lotta al virus pandemico, che non trova facile legittimazione nella Costituzione.
In quest’ottica il suo giudizio è netto sul primo Decreto legge del 23 febbraio 2020 n.6, che ritiene senza giochi di parole “ fuori legge”, al punto da far venire qualche dubbio sulle competenze giuridiche di chi tra gli incaricati degli affari giuridici e legislativi ne ha predisposto il testo.
Per fortuna con il successivo Decreto legge del 25 marzo 2020 n.19 il precedente è stato quasi del tutto abrogato.
Particolare critica Egli riserva anche alla qualità dei provvedimenti: mal formulati, contraddittori e densi di rinvii, rendendo le disposizioni poco decifrabili.
Altra rilevante doglianza del prof. Cassese si indirizza sulla potestà normativa e regolamentare che si sono arrogate le Regioni in questa emergenza, in contrasto con quanto previsto dal dettato costituzionale.
Il riferimento è chiaramente all’art.117 della Costituzione, ove al comma 2 lettera q, prevede: “Lo Stato ha legislazione esclusiva nelle seguenti materie: ..” protezione dei confini nazionali e profilassi internazionale..”
Una indubbia ipotesi di competenza esclusiva, trattandosi di eventi infettivi con caratteri sovranazionali, rientrando tipicamente nei poteri e titolarità normativa dell’autorità centrale.
Che mal sopporta, anzi pone in chiaro profilo di illegittimità tutte le disposizioni derogatorie delle fonti statuali con riferimento in particolare alla libertà di circolazione e libertà d’impresa.
Infine Egli ritiene un abuso l’adozione reiterata di Dpcm, mentre si sarebbe dovuto ricorrere, per le disposizioni più importanti allo strumento del D.P.R Decreto del Presidente della Repubblica, e per tutte le questioni correlate al contenimento del contagio. a provvedimenti del Ministro della Salute.
Illustri considerazioni che portano a prevedibili effetti di illegittimità delle sanzioni, qualora tali fonti normative non dovessero essere ritenute conformi alla Costituzione dalla Corte Costituzionale.
Altrettanto rigore argomentativo lo troviamo nel libro di Aldo Maria Valli.
Nel suo pamphlet egli non manca di sottolineare, forse un po’ stupito, l’aspetto acquiescente che i cittadini hanno avuto in occasione del primo lockdown, che egli definisce un momento in cui l’Italia ha smesso di essere una Repubblica parlamentare e di tutelare i diritti costituzionali, arrivando, in certi momenti di questa pandemia, ad una sorta di esautorazione del Parlamento, cosa del resto sottolineata dalla stessa presidente del Senato, Casellati.
Al punto da chiedersi se l’Italia non rischi di declinare verso uno Stato emergenziale istituzionalizzato.
Con conseguente carenza di quella dose di sensibilità che, come si richiede sui valori, deve restare alta, mentre sembra prevalere una narrazione ed un pensiero monodimensionale, come se avesse assopito quel pluralismo di pensiero, di visioni e progetti lungimiranti che è uno dei cardini del sistema democratico.
In tutto questo andirivieni, tra libertà fondamentali sospese e tanta scarsa riflessione sui valori assoluti della persona, alla mercé di semplici regole amministrative, anche il grande filosofo inglese Thomas Hobbes, di cui ricordiamo l’opera eccelsa ” Il Leviatano”, sicuramente si starà rivoltando nella tomba.
Egli teorizzò il famoso aforisma “Homo homini lupus” e con esso l’ineludibile necessità per gli uomini di rinunciare ai propri diritti naturali, ad eccezione del diritto ad esistere,per associarsi tra di loro e affidare ad un’Autorità Statuale il gravoso e responsabile compito della regolamentazione della convivenza civile.
Ma non nascose tutti i rischi di tanta preziosa rinuncia che ciascun individuo doveva fare per avere assicurata una convivenza pacifica.
E se già con Aristotele se ne affermava la natura di animale sociale, qui il predominio della volontà comune a quella individuale diviene ineludibile, pur se con l’immanente rischio che la potestà statuale come forza e potere potesse in qualsiasi momento divincolarsi da linee morali o razionali.
Non a caso egli paragona il potere dello Stato al Leviatano, mostruosa figura biblica, ma inevitabile.
Queste cogitazioni, unitamente alle intuizioni di John Locke aprirono la strada alle teorie del Contratto sociale di Rousseau,che suggestionarono in qualche modo,l’avventura della gloriosa rivoluzione inglese di Oliviero Cromwell e diedero vita e linfa, sebbene ne conobbero subito una opprimente degenerazione con il “terrore”, alla Rivoluzione francese di Maximilien Robespierre che fece da spartiacque con l’ancien regime.
Ma che furono anche alla base delle categorie Kantiane ed Hegeliane da cui presero le mosse Karl Marx, prima, e poi Hans Kelsen e Carl Schmitt, protagonisti del pensiero giuridico-politico cui si raccordarono contrapposte dottrine che trovarono purtroppo nel secolo scorso, anche brutali declinazioni totalitarie
Da questi passaggi sarebbe nata l’aggregazione ed il sentimento di comunità, insomma le civiltà che connotano comuni fini di progresso e di benessere di un popolo, che altrimenti individui isolati non avrebbero mai raggiunto, a detrimento, tutto, dell’evoluzione umana.
Tuttavia ci son voluti tanti altri filosofi, da David Hume a Adam Smith, Charles-Louis Montesquieu, Voltaire, de Tocqueville, insomma tutta la schiera del pensiero liberale, perché si potesse costruire un concetto di Stato e le democrazie moderne e poi il pensiero sociale della Chiesa per mitigarne le asperità e dare un impronta solidaristica all’azione economica e civile.
Traversie secolari dell’accidentato percorso del pensiero politico e delle prassi per arrivare alle moderne nostre civiltà, che questa pandemia sta inusitatamente mettendo in serio pericolo per i tanti effetti deleteri tra cui la capacità di portarci ad una mutazione irreversibile dell’animo umano con il rischi di scivolare verso un pericoloso nichilismo generazionale.
Tanto da far configurare questa fase, ad Alessandro Giovannini, su “L’Opinione”, come volgente ad una sorta di postdemocrazia e di nuovo decadentismo.
Una interessante analisi che mette a nudo, la clamorosa assenza di un discorso sui “fini ” ossia sulla “progettualità politica e la visione..di Paese tra dieci o vent’anni”.
Smarrimento valoriale che non può non trovare la sua scaturiggine nella trasformazione della politica in una sorta di espressione “liquida” della società e del consenso, “che non consente di vedere in essa, nei partiti e nelle istituzioni, i laboratori del pensiero dei progetti e delle soluzioni”.
Una disamina impietosa del baratro in cui stiamo rischiando di cadere,
E non si può non condividere la sua amara constatazione che “ i vuoti non durano mai a lungo perché qualcuno o qualcosa li colmerà rapidamente”.
Solo un capovolgimento di rotta, nel segno del recupero di un modello di politica che torni a farsi guidare da un vigoroso e serio progetto che si ancori fortemente nell’intreccio di radici valoriali liberali, cattolici e riformisti di media e lunga visione, in cui la comunità civile economica e sociale,possa riconoscersi, può salvarci da questo inesorabile declino.
Insomma un cambio di passo che politica ed istituzioni nazionali e territoriali hanno il dovere di fare se non si vuole mantenere il Paese ostaggio di un esecutivo costretto a procedere secondo il monito di memoria manzoniana, rivolto dal Gran Cancelliere di Milano, Antonio Ferrer, al suo cocchiere, mentre la carrozza passa circondata dal popolo in tumulto per la carestia sopraggiunta alla peste: “ Adelante Pedro, con juicio, si puedes”.

Luigi Rapisarda

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