Un amico venne a trovarmi nello studio e mi confessò di essere un ladro. Accortosi del mio stupore, subito, però, precisò di essere un ladro per avere “rubato” soldi e tempo a sua moglie e ai suoi figli a favore del partito politico in cui militava, senza peraltro averne avuto gratificazioni. Dopo diversi anni di militanza politica, cosa era avvenuto nel mio amico? Evidentemente era sopraggiunto un senso di rimorso per quello che avrebbe potuto fare per la propria famiglia e che, invece, non aveva fatto.
C’è, invero, chi ha il rimorso per il male fatto o per la condotta tenuta e cerca di porvi rimedio, molte volte senza liberarsene del tutto, come quel padre che tenta di ricompensare in qualche modo il figlio non riconosciuto o abbandonato; c’è chi ha il rimorso di avere speso una vita con onestà, in una società che premia i furbi e i raccomandati, a discapito dei propri figli, a cui ha trasmesso ben altri valori.
Che cos’è, dunque, il rimorso? Il rimorso è la «consapevolezza tormentosa del male commesso» (tale è la definizione che ne danno DEVOTO G.- OLI G.C., Il dizionario della lingua Italiana, Le Monnier, Firenze 1990). Elementi essenziali, pertanto, sarebbero quello psicologico (la consapevolezza), quello emotivo (il tormento) e quello oggettivo (il male, reale o presunto, commesso).
Ciò che differenzia essenzialmente il rimorso da altri sentimenti simili è il tormento, cioè l’ «animi dolor ac detestatio de peccato commisso» (V. Concilio di Trento). Il rimorso, pertanto, viene dal di dentro, dalla propria coscienza, e non dal di fuori: «ecco pronto il castigo: la coscienza, l’agitazione di un’anima piena della sua colpa e che ha paura di se stessa: il colpevole può essere al sicuro, ma in pace mai» (Seneca, Fedra, v. 143). E, invero, «nella realtà psichica, il risentimento e il rimorso sono come una prigione, dentro cui il soggetto si trova costretto in una sorta di macabra danza sadomasochista» (Kancyper L., Il complesso fraterno, Borla, Città di Castello 2008). L’oblio, infatti, non dipende da un atto volontario.
Il tema del rimorso ricorre spesso in letteratura. Sfogliando i libri, per esempio, incorriamo in Ludovico, autore di feroci misfatti, che vede in un teschio il proprio ritratto e, quindi, colto dall’orrore, cerca di nascondersi a se stesso (Calderon de la Barca P., Il Pozzo di San Patrizio, Sanzogno, Milano 1883). Il fu Mattia Pascal sentiva il rimorso per la finzione che doveva svolgere: “la finzione del mio essere [….] a cui era obbligato” (Pirandello L., Il fu Mattia Pascal). Il rimorso per avere ucciso Rocco porterà alla follia il Marchese di Roccaverdina, che da allora lotta segretamente contro l’angoscia (Capuana L., Il Marchese di Roccaverdina, Garzanti, Milano 2004). La morte è l’unico rimedio al rimorso che affligge Fedra, moglie di Teseo, re di Atene. Nella tragedia di Seneca, Fedra, il cui amore per il figliastro Ippolito viene respinto, si vendica. Questi, accusato ingiustamente di volerla insidiare, viene maledetto dal padre e, quindi, si da’ la morte. Fedra arriverà alla fine della sua vita combattuta tra rimorso e pentimento del suo amore incestuoso inconfessabile, nello scontro tra ratio e furor (Seneca, Fedra, Einaudi, Torino 1969). Il sentimento di abbandono in uno con quello del rimorso costituisce una vera tragedia per «colei che s’ancise amorosa,/e ruppe fede al cener di Sicheo» (Dante, La Divina Commedia, Inferno, Canto V 61-62. Si tratta di Didone, l’infelice e vedova regina abbandonata da Enea, la quale si suicidò per essere venuta meno alla promessa di fedeltà coniugale fatta davanti alle spoglie mortali del marito Sicheo: «non licuit thalami expertem sine crimine vitam megere, more ferae» -Virgilio, Eneide, IV 552-). E’ sostanzialmente un monologo sul rimorso il romanzo di Dostoevskij «Delitto e castigo», apparso nel 1866. Il giovane Raskòl’nikov, assillato dalla povertà e convinto della sua superiorità, uccide una anziana usuraia e la di lei sorella minore, ma viene perseguitato dal rimorso e dalla nevrosi. L’angoscia troverà sollievo nella confessione del delitto, nell’espiazione e nell’amore di Sonja, una ragazza umile e ricca di valori e di fede (Dostoevskij F., Delitto e castigo, Rusconi, Farigliano 2005). Il miglior modo di vincere o, per lo meno, attenuare il rimorso è, infatti, non trincerarsi dietro al silenzio.
Ricorre spesso anche nel cinema. Carico di contenuto psicologico, per esempio, è «L’uomo senza sonno» (titolo originale The machinist), film del 2004 per la regia di Brad Anderson. Esso narra di Trevor, che, perseguitato inesorabilmente dal senso di colpa e dal rimorso per non avere soccorso un bambino che aveva investito, per ben un anno non riesce a prendere sonno. Solo dopo essersi consegnato alla polizia, riuscirà a liberarsi dall’angoscia.
Se si volge lo sguardo all’uomo affetto da disagi psichici si rileva subito che esso ricorre spesso nel depresso, il quale tende ad ingigantire le proprie colpe o ad autoincolparsi di fatti mai commessi; mentre la sua assenza è tipica degli psicopatici (Nel DSM – IV – TR 2000 si prevede, come espressione di psicopatia, la «mancanza di rimorso, come indicato dall’essere indifferenti o dal razionalizzare dopo avere danneggiato, maltrattato o derubato un altro»). Invero, lo psicopatico non vede altre persone al di fuori di sè: tutti gli altri sono da manipolare ai propri fini (Lorenzini R. e Sassaroli S., Attaccamento, conoscenza e disturbi di personalità, Cortina, Milano 1995). Di psicopatici, i quali generalmente hanno integra la capacità di intendere e di volere, sono piene le carceri. Tra costoro figurano anche alcuni omicidi seriali, in cui l’incapacità di provare empatia per gli altri deriva per lo più da un difettoso legame di attaccamento alle figure di accudimento e da un vissuto di precoce abbandono. Loro non proveranno mai rimorso alcuno, a differenza degli omicidi seriali psicotici, i quali ultimi, invece, nei momenti di lucidità, potranno rendersi conto della gravità del fatto e provarne rimorso. Generalmente non prova rimorso neppure il serial killer c.d. “missionario”, convinto com’è di avere compiuto azioni altruistiche: ha fatto piazza pulita di prostitute, di drogati e di altri esseri immondi oppure ha messo fine alle sofferenze altrui. E oltre duecento bambini sono stati “liberati” dalle sofferenze terrene dallo “strangolatore delle Ande”, Pedro Alonzo Lopez, autore di trecentodieci omicidi. Anche nel soggetto vendicativo ed invidioso non sorge il rimorso. L’invidia, invero, gioca un ruolo non indifferente in chi è vendicativo, il quale nutre sentimenti di odio e di vendetta per l’appunto senza rimorso alcuno o senso di colpa (Spillius E., citato da Amato L. Fargnoli, Il ciclo della violenza: rabbia, vendicatività e vendetta, in «L’eredità di Caino», a cura di Amato L. Fargnoli, Kappa, Roma 2007). A volte, anzi, il vendicatore arriva persino a suicidarsi per provocare il rimorso nell’altro, “costretto”, così, ad espiare. La cronaca sempre più spesso, purtroppo, per esempio, narra di padri (o madri) che uccidono i figli per colpevolizzare il coniuge che li ha abbandonati, così facendo sorgere in loro il rimorso. Anche i narcisisti tendono a non provare o comunque dimostrare rimorso, perché ciò infrangerebbe la loro illusione di essere esenti da difetti (McWilliams N., La diagnosi psicoanalitica, Astrolabio, Roma 1999).
Il rimorso assume una rilevanza particolare in criminologia e nel giudizio penale. Esso, anzi, potrebbe essere all’origine della legge. Di ciò era fermo assertore Freud, il quale, riportandosi al mito dell’uccisione del padre autoritario, che voleva le donne solo per sé, così affermava: «Essi odiavano il padre, possente ostacolo al loro bisogno di potenza e alle loro pretese sessuali, ma lo amavano e lo ammiravano anche. Dopo averlo soppresso, aver soddisfatto al loro odio e aver imposto il loro desiderio di identificazione con lui, dovette farsi sentire l’affezione nei suoi confronti fin allora rimasta sopraffatta. Questo si verificò nella forma del rimorso, sorse un senso di colpa che coincide qui con il rimorso sentito collettivamente» (S. Freud,Totem e tabù, Boringhieri, Torino 1972). La legge, in pratica, originerebbe dalla consapevolezza della propria colpa e dalla consequenziale necessità di porre dei paletti alle proprie azioni.
La presenza o meno del rimorso, dopo la commissione del reato, può essere influente, nel giudizio penale, ai fini della determinazione concreta della pena da infliggere al suo autore, eventualmente anche per la concessione delle attenuanti generiche di cui all’art. 62 bis del codice penale. L’articolo 133 del codice penale, infatti, espressamente impone al giudice di tenere conto della capacità a delinquere del colpevole, desunta anche dalla condotta successiva alla commissione del reato. Il rimorso, a tal fine, potrà generalmente concretizzarsi nella confessione spontanea, non determinata, cioè, dall’intento di ottenere uno sconto di pena, tale da fare desumere una volontà del colpevole meno incline e disposta alla commissione di altri reati; ma potrà essere desunto anche da altri comportamenti incompatibili con un significato diverso. Il prodigarsi, per esempio, per eliminare od attutire le conseguenze del reato o l’avere risarcito il danno può essere sintomo di presenza del rimorso. A volte il rimorso sorge nel momento in cui si prende coscienza del fatto commesso (o della omissione tenuta), fino ad allora visto come qualcosa di estraneo a sé e vissuto con distacco. Nei delitti più gravi, per esempio, capita che l’agente prenda coscienza del crimine solo attraverso e durante il processo a suo carico. Può essere il caso del criminale d’impeto, mosso dal discontrollo degli impulsi, e può essere il caso della madre infanticida, che ha nascosto a se stessa la gravidanza per tutta la sua durata e che si determina alla commissione del crimine solo nel momento del parto, nell’atteggiamento psichico di chi si libera di qualcosa di indesiderato di scarso conto (L’Eures Ricerche Economiche e Sociali, Archivio degli omicidi dolosi in Italia, Valori assoluti dal 2000 al 2005, documenta che il 34,7% delle madri infanticide versava in grave disagio sociale dovuto a condizioni di abbandono morale e materiale). In particolare è per lo più nello stato di disagio sociale in cui versa la puerpera che si inserisce lo stress, arrivato al suo culmine al momento del parto od insorto per la prima volta proprio in questa evenienza, che la madre, in una condizione non del tutto consapevole perché stravolta dal nuovo evento, sopprime il neonato, visto come parte del proprio corpo, di cui fare l’uso più opportuno che si ritiene.
Qual è, dunque, il vero rimorso utile ai fini del predetto articolo 133 c.p.? Ci sono, infatti, delinquenti che sono colti dai sensi di colpa e dal pentimento per il male fatto; altri ancora, di converso, dal pentimento di non avere commesso un fatto più grave o di avere fallito nella sua commissione; altri, ancora, che mostrano un rimorso finto, ai fini manipolativi; c’è, persino, chi commette un delitto o si accusa di uno immaginario per potere essere punito e quindi potere espiare per fatti inconfessabili, che gli provocano il rimorso, altrimenti non sopportabile. D’altronde c’è chi viene condannato ingiustamente e viene colto dal rimorso per non avere commesso il fatto: se fosse stato colpevole almeno avrebbe potuto ritenersi meritevole della condanna inflittagli. Non ogni sorta di rimorso, pertanto, può rilevare ai fini dell’art. 133 c.p. Da prendere in considerazione è solamente quello rapportabile alla consapevolezza della propria colpa e conseguente alla stessa. L’agente, cioè, deve essere cosciente di essere incorso in una responsabilità per il male commesso e di ciò riceverne angoscia. Con l’avvento del vero rimorso il passato si fa presente; con la confessione e la richiesta di punizione si guarda al futuro; e il ricordo della colpa scomparirà nello stesso momento in cui scompariranno il rimorso e la relativa sensazione di persecuzione.
Gli altri tipi di rimorso possono essere del tutto irrilevanti o addirittura denotare una maggiore pericolosità dell’autore del fatto delittuoso, con ripercussione peggiorativa nella irrogazione della misura sanzionatoria.

Nando Gambino

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